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Sovrappeso e cause psicologiche: quando il cibo serve a compensare un dolore

Sovrappeso e cause psicologiche: quando il cibo serve a compensare un dolore

Spesso nel mio lavoro incontro persone che arrivano in terapia portando con sé un problema apparentemente molto semplice: "Non riesco a dimagrire, non capisco perché continuo a mangiare anche quando non ho fame".

Dietro questa difficoltà, però, talvolta emerge qualcosa di più complesso del semplice desiderio di perdere peso.

Il rapporto con il cibo può infatti essere profondamente legato alla vita emotiva della persona e, in alcuni casi, può rappresentare un modo per affrontare emozioni che non si riescono a riconoscere, esprimere o tollerare.

Il cibo diventa allora una sorta di consolazione, rifugio, compensazione, qualcosa a cui ricorrere quando ci si sente soli, tristi, arrabbiati, ansiosi o semplicemente sopraffatti da ciò che sta accadendo.

E così la domanda "Perché non riesco a controllarmi?" rischia di essere la domanda sbagliata.

Forse sarebbe più utile chiedersi:

"Che cosa mi sta dando il cibo in questo momento?"

Quando non è davvero fame

Mangiare è un comportamento necessario alla sopravvivenza, ma non mangiamo soltanto quando abbiamo fame.

Mangiamo anche per festeggiare, per condividere, per consolarci, per sentirci accolti. Fin dall'infanzia il cibo può essere associato all'amore e alla cura.

"Se sei triste ti preparo qualcosa di buono."

"Se sei stato bravo ti compro un dolce."

"Non piangere, mangia qualcosa."

Sono esperienze quotidiane e normalmente non hanno nulla di patologico. Il problema può nascere quando, nel tempo, il cibo diventa uno dei principali strumenti attraverso cui la persona riesce a regolare le proprie emozioni.

Quando sto male mangio.

Quando sono nervosa mangio.

Quando mi sento sola mangio.

Quando mi sento vuota mangio.

Per qualche momento sto meglio.

Poi però arrivano il senso di colpa, la vergogna, la rabbia verso se stessi e la promessa di "non farlo mai più".

Fino alla volta successiva.

Si crea così un circolo difficile da interrompere:

sofferenza → cibo → sollievo momentaneo → senso di colpa → nuova sofferenza → cibo.

Sovrappeso e traumi: può esserci una relazione?

Quando parliamo di sovrappeso e trauma psicologico è importante essere molto chiari: non tutte le persone in sovrappeso hanno vissuto un trauma e non tutti coloro che hanno subito un trauma sviluppano problemi alimentari.

Non esiste quindi una singola "causa psicologica del sovrappeso".

Ci sono però persone per le quali alcune esperienze della vita possono avere influenzato profondamente il rapporto con il cibo e con il proprio corpo.

Esperienze di abbandono, trascuratezza emotiva, rifiuto, solitudine, separazioni, lutti, violenza, abuso, bullismo, relazioni familiari molto conflittuali o caratterizzate da poca sicurezza possono lasciare una persona con emozioni difficili da gestire.

E quando non abbiamo imparato a gestire le emozioni, possiamo cercare qualcosa che ci aiuti a farlo.

Per qualcuno può essere il cibo.

Per qualcun altro l'alcol, il lavoro, il sesso, lo shopping, il controllo, la dipendenza affettiva.

Il comportamento cambia, ma la funzione può essere simile: allontanare per un momento un dolore che non si riesce ad affrontare diversamente.

Il cibo può diventare una forma di protezione

In alcune persone il corpo può assumere anche un significato psicologico particolare.

Non significa che una persona aumenti di peso consapevolmente per proteggersi. È un processo molto più complesso e spesso completamente inconsapevole.

Talvolta il corpo può diventare una sorta di barriera tra sé e gli altri.

Può rappresentare una distanza.

Può rendere più difficile sentirsi desiderabili e quindi proteggere, paradossalmente, dal rischio di essere visti, desiderati, giudicati o rifiutati.

In altri casi il peso può diventare una modalità per occupare uno spazio che la persona ha imparato a non concedersi nella vita.

Sono significati individuali, che non possono essere generalizzati, ma che in psicoterapia possono essere esplorati.

Perché il corpo non è soltanto qualcosa che vediamo allo specchio.

È anche il luogo nel quale viviamo le nostre emozioni e la nostra storia.

Le relazioni possono influenzare il rapporto con il cibo

Un altro aspetto importante riguarda le relazioni.

Una persona che vive una relazione caratterizzata da solitudine, svalutazione, rifiuto o forte conflittualità può utilizzare il cibo per compensare ciò che nella relazione manca.

Se non mi sento vista, mangio.

Se non mi sento amata, mangio.

Se mi sento continuamente criticata, mangio.

Se torno a casa e mi sento sola, mangio.

Non perché il cibo possa realmente risolvere questi problemi, naturalmente, ma perché per qualche minuto può attenuare la sofferenza che provocano.

Anche alcune esperienze infantili possono avere un peso importante.

Un bambino che cresce sentendo che i propri bisogni emotivi sono poco importanti, che deve essere bravo per essere amato o che non può esprimere liberamente rabbia, tristezza o paura può imparare molto presto a mettere da parte ciò che sente.

Da adulto potrebbe continuare a fare la stessa cosa.

Solo che, invece di ascoltare ciò di cui ha bisogno, potrebbe cercare sollievo attraverso il cibo.

"Perché non riesco a smettere?"

È una domanda che sento spesso.

E spesso dietro questa domanda c'è una grande quantità di giudizio verso se stessi.

"Non ho volontà."

"Sono debole."

"Non riesco a controllarmi."

"Con me non funziona niente."

Ma se il cibo sta svolgendo una funzione emotiva, chiedere semplicemente alla persona di smettere di mangiare significa togliere una strategia senza averne ancora costruita un'altra.

È come togliere una stampella a qualcuno senza avergli insegnato a camminare.

Per questo, in alcuni casi, il lavoro psicologico non consiste soltanto nel controllare il comportamento alimentare, ma nel comprendere che cosa c'è sotto quel comportamento.

Che cosa sento prima di mangiare?

Che cosa mi manca?

Che cosa non riesco a dire?

Quando ho imparato che il cibo mi fa stare meglio?

Che rapporto ho con il mio corpo?

Quanto dipende il mio valore da come appaio agli altri?

Il lavoro psicologico sul sovrappeso

Quando il problema del peso è accompagnato da sofferenza emotiva, il percorso psicologico può aiutare a comprendere il significato che il cibo ha assunto nella propria vita.

Può essere necessario lavorare sulle emozioni, sull'autostima, sull'immagine corporea, sulle relazioni e, quando presenti, sulle esperienze traumatiche.

Non si tratta di cercare a tutti i costi un trauma nascosto.

A volte non c'è.

A volte il problema nasce dall'insieme di tanti piccoli vissuti: anni di critiche, solitudine, mancanza di ascolto, bisogno di essere sempre perfetti, difficoltà a dire di no, incapacità di riconoscere i propri bisogni.

E forse la domanda più importante non è più:

"Come faccio a controllare quello che mangio?"

Ma:

"Come posso imparare a prendermi cura di me in un modo diverso?"

Il percorso verso un rapporto più sano con il cibo passa anche da qui.

Non attraverso la colpa e la punizione, ma attraverso una maggiore comprensione di sé.

Quando comprendiamo ciò che stiamo cercando di compensare, possiamo finalmente iniziare a trovare modi diversi per prendercene cura.

E il cibo può tornare ad essere semplicemente cibo.

Non più una consolazione.

Non più un nemico.

Non più una colpa.

Ma una parte della nostra vita, mentre impariamo ad occuparci finalmente anche di tutto il resto.


Dr.ssa Gabriella Bertuletti
Psicologa Psicoterapeuta a Bergamo

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